venerdì 2 maggio 2014

La notte piange

La notte piange
Ma si vergogna al mattino
Muore ogni volta
Che lui si volta e non la bacia
Sa che il mattino
Ha bisogno di lei solo in parte
Rifiuta il suo pathos
Perché gli è indifferente e
Ha paura di quello
Che è il suo lato migliore
E lei smetterà
Di regalargli le sue stelle
Non può capirla
Accecato dal suo stesso sole
Non vede nell'ombra
La sua vana pretesa d'amore
Dall'altro versante
Del medesimo cielo

venerdì 19 luglio 2013

L'album "2013", intervista all'autore

Sono andato per voi ad intervistare Marco Monetti, in occasione del lancio del suo nuovo album "2013".
L'appuntamento è nell'incasinatissima camera dove compone, dorme, studia, legge, sta al computer, insomma il suo angolo di mondo.
D'altronde è un'intervista informale, ad un artista informale. E poi sarà un artista? Boh, fatto sta che mi racconta che giusto ieri sera un suo amico, Salvatore, lo ha confermato nella sua idea che l'arte è prima di tutto buona comunicazione delle proprie idee o dei propri sogni, non necessariamente rappresentazione della realtà.

mm: Nuovo album per Marco Monetti. 2013, l'anno di pubblicazione?
marco: Un anno di cambiamento.
Quando tutto scaturisce da un'idea, un - come si suol dire - concept, il titolo viene da sé, ma in questo caso, è la posizione nello spazio-tempo della mia vita, a rappresentare l'elemento fondante, il fil rouge di questo lavoro.
mm: Un cambiamento anche per il tuo stile, direi.
marco: Sicuramente. Come sai, ho la passione per generi molto eterogenei (ballate, rock, jazz, soundtrack...), che mischio allegramente, spesso senza chiedermi se sono coerenti fra loro, né se lo sono io nel prenderli a prestito per le mie speculazioni musicali.
Le sonorità di alcuni dei miei nuovi brani, in continuità con il passato, sono improntate a esperimenti più "rischiosi" che in passato. Prendi, ad esempio, "the only one". Non mi sono preoccupato minimamente del fattore difficoltà, e ascoltandola puoi renderti facilmente conto che mano destra e sinistra si contrappongono, a tratti in modo piuttosto violento, anche in aperta dissonanza fra loro.
mm: Sì, non c'è dubbio, ma mi sembra di sentire una certa sicurezza, anche nell'utilizzo della ritmica, che a volte sembravi non avere, o rischiare di perdere, nei tuoi lavori precedenti.
marco: In che senso?
mm: Mi riferisco ad alcune tracce di "Bridges", che erano già inscrivibili nel genere fusion, ma nelle quali spesso ti sei buttato in scale mutuate al blues, per poi rientrare su accordi più "easy".
marco: Capisco cosa vuoi dire.
Beh, diciamo che la sensazione che mi descrivi è corretta. Quando ero un ragazzino, un mio caro amico, Federico, mi spingeva ad esprimermi ricorrendo ad abbellimenti per i quali sembro da sempre portato, come le acciaccature o i gruppetti. La logica della melodia non sempre si nutre di questi fioretti, anzi spesso ne viene coinvolta suo malgrado, e controvoglia.
In contrasto con questa mia indole per così dire "da intrattenitore" (o casinista, scegli tu), mi sono di sovente sentito di dover rientrare nei ranghi, eseguire in modo più organizzato, più organico, magari lasciando ad altri strumenti (e non al piano) il compito di "spiegare" meglio il concetto musicale.
In questo senso, conoscendone e mimandone le sonorità, ho fatto largo uso di archi e dell'organo, ma anche della chitarra, per gli assoli anche quella elettrica. Purtroppo, nonostante le possibilità offerte dai sequencer, quest'ultima mi ha sempre soddisfatto molto poco, per via del sound nasale o perché - per le note alte - è più simile ad una keytar che allo strumento reale.
mm: Mi sembra che la composizione, anche orchestrale, ma soprattutto quella con l'organo, ti riesca molto bene...
marco: L'esperienza in gioventù con l'organo da chiesa mi aiuta non poco. Non ho mai imparato ad usare la tastiera a pedale, se non per le note di base degli accordi, ma in compenso sono riuscito a comprendere le esigenze, assai differenti rispetto al pianoforte, che il tocco e la diteggiatura propongono agli organisti. Che, per inciso, ha molto in comune con gli strumenti ad arco, nel senso ovviamente più del suono che della tecnica che, ribadisco, mi è ignota ancor più di quella chitarristica.
mm: Vuoi dirmi che non hai mai messo le mani su una chitarra?
marco: Certo che no! Le ho messe su qualsiasi cosa abbia un suono, le mani. Ho messo il plettro, in questo caso, sia su chitarra acustica che elettrica, ma mi sono scontrato con la differente tastiera (mi-si-sol-re-la-mi, e a salire di un semitono ad ogni tasto), e questo è stato uno scoglio che non mi sono ancora sentito di superare.
mm: Beh, il pianoforte da questo punto di vista è più semplice.
marco: Concordo, infatti mi sono sempre chiesto come possano i virtuosi improvvisare assoli così complessi con questo strumento. Immagino che sia perché l'abitudine e la ripetizione portano a percepire come "semplici" le posizioni dei tasti e la tecnica da utilizzare.
E poi, in fondo, i virtuosi sono virtuosi.
mm: Tu non ti consideri un virtuoso?
marco: Assolutamente no. Il mio talento, se così posso chiamarlo, è di natura differente.
Credo che tutto stia nel rapporto che hai con il tuo strumento.
Un rapporto "d'amorosi sensi", direbbe Foscolo, basti pensare alla posizione di Tori Amos davanti al suo Bösendorfer, oppure guardare il viso di David Gilmour mentre si lancia in uno dei suoi memorabili assoli con tutta la sua passione.
Quando ero bambino, avevo un busto in marmo di Bach, che mi guardava severo dalla sommità del pianoforte verticale (ci sarebbe poi da disquisire sulla severità, dato che, a seconda della luce, a volte pareva ridesse, o fosse incazzato nero). Un brutto giorno, non ricordo perché, cadde sulla tastiera ed essendo molto pesante, ruppe alcuni tasti e si fece un bernoccolo che venne ritoccato e ora sembra un ciuffo bianco "alla Rogue" (X-Men). L'intera tastiera fu asportata per la riparazione, e rimasi per due mesi senza possibilità di esercitarmi. Ebbene, quando la tastiera fu riportata e potei letteralmente tuffarmi sui tasti, paradossalmente suonavo meglio di prima.
Chiamala emozione, chiamala passione, non saprei di cosa si tratta, ma nel mio caso, probabilmente proprio perché non sono mai stato né un virtuoso né uno studente modello, se mi capita di avere in testa qualcosa, e di credere realmente di poterla eseguire, la eseguo, non pensando affatto alla difficoltà.
mm: E ora Bach è finito rottamato?
marco: Neanche per sogno, ora è sopra il pianoforte elettronico che uso.
mm: Capisco, e per quanto riguarda la batteria e il basso?
Fin dallo scorso album ho avuto modo di notare che hai cominciato ad abbandonare i loop e a suonare totalmente, a volte in modo davvero credibile, il basso.
E la batteria, sono loop o la suoni in studio e poi importi la traccia?
marco: Allora, per quanto riguarda il basso, lo percepisco come uno strumento fondamentale per ottenere completezza e un più ampio respiro in qualsiasi genere musicale.
A volte, puoi accontentarti delle note profonde del piano, o delle potenti note dei violoncelli (non per niente li chiamavano "bassi di viola"), ma, suonati come li suono io, in modo percussivo o come "tappeto sonoro", non concedono né la possibilità di lavorare fingerstyle, né slap, e nemmeno semplicemente per un ausilio melodico.
L'idea di fondo, per me, è quella di aumentare la presenza (nello stomaco dell'ascoltatore) di certi passaggi per enfatizzarne il ruolo chiave che intendo dar loro nell'economia del brano. Seguendo la cassa della batteria, questo sì, ma ricamandoci sopra liberamente.
La difficoltà, ultimamente me ne sto rendendo conto, è quella di dover cercare di renderlo realistico mediante passaggi di semitoni e non semplici arpeggi nell'ottava.
mm: E la batteria?
marco: Ho suonato la batteria per diversi anni, anche con ottimi risultati, quando ero un ragazzino. Ho iniziato a suonarla in chiesa...
mm: In chiesa???
marco: Sì, nella mia chiesa si utilizzava l'organo, ma anche il piano, la batteria, il basso e due chitarre elettriche. Mio fratello Claudio più volte si irritava, perché quando suonavo, usavo break, fill e raddoppi di cassa, a volte a peggiorare le cose con i piatti crash e splash, anziché affidarmi al canonico ride.
mm: Notevole! Dicevi?
marco: Sì, insomma, la batteria mi piacerebbe suonarla fisicamente, ma non ho né lo spazio, né i soldi per acquistarne una. E andare in uno studio costa.
Non escludo che, in futuro, anche per via di collaborazioni che amerei fare e per le quali si stanno aprendo delle possibilità, non ci sarà qualcosa di meglio rispetto a ciò che sono costretto a farvi ascoltare ora...
mm: E insomma, quindi, utilizzi un pad elettronico midi?
marco: In passato ho avuto modo di provarlo, ma poi sono partito per Londra e l'ho venduto, insieme ad altre oggettini che mi facevano felice.
Comunque, per rispondere alla tua domanda, uso i tasti del pianoforte, e anche i loop, a seconda di ciò che mi serve per rendere bene l'idea.
Certe canzoni, le suono tutte dall'inizio alla fine, con un solo passaggio, cioè una sola registrazione, e tutte le dieci dita, oppure prima il charleston e il rullante e poi la cassa e i piatti.
mm: Incredibile! Con i tasti del piano!
marco: Eh sì...
mm: Bene, ho visto che, dopo Jamendo, sei approdato su SoundCloud. Ti trovi bene?
marco: Benissimo, è ben integrato con i social network, e disponibile sia per iPhone che Android.
Non ho molto séguito, ma credo che, se pubblicassi brani e mi facessi la giusta pubblicità, potrei fare molto meglio. Anzi, in futuro farò molto meglio, è una promessa!
mm: Ti ringrazio molto, anche a nome dei lettori.
marco: Ringrazio te!
Per me - lo sai - parlare con te è come parlare con me stesso!
mm: Non so perché, ma anche per me...
marco: Alla prossima, grazie a tutti!

sabato 13 luglio 2013

macchine antropomorfe (moderno ottimismo)

No, non mi riferisco a quelle industriali. Il mio ragionamento è di natura sociologica, non tecnica.

premessa:
Stavo giocando a scopa (ovviamente su uno smartphone: una macchina, quindi), un gioco di carte davvero rilassante, la cui passione mi deriva da mio nonno e mi accomuna al Presidente Pertini.
Gioco al livello più elevato, altrimenti vinco sempre.

Ad un certo punto mi rifila quattro scope di fila. E vince la partita tredici a dodici.
M'incazzo!
"Stronzo!" - penso - "hai proprio voluto vincere!".

Poi ci rifletto...
Razionalmente si potrebbe dire che la "macchina" non vince perché gioca meglio, vince perché "bara".
Ma siamo sempre al livello delle illazioni, non è così che riuscirò a comprenderne la logica.
Cosa vuol dire - mi chiedo allora - che la macchina sta barando?
Evidentemente ciò non può che significare che l'algoritmo implementato nel software le permette di ottenere un vantaggio su di me, probabilmente si rifornisce di carte identiche alle mie, così, quando scendiamo sotto i dieci punti in tavola, matematicamente mi fa scopa.

l'occasione accende l'idea:
Stamattina l'amico Paolo Vergnani riportava su Facebook il link ad un articolo apparso sul blog "la 27^ ora" del Corriere della Sera, che poneva l'accento sulla competitività individualistica e sulle sue ripercussioni negative sulle relazioni sociali.
Al di là del fatto che, in assenza di relazioni qualificanti e gratificanti, l'essere umano non ha alcuna possibilità di evolvere e di riparametrare i suoi comportamenti in modo "socialmente corretto" (coerente con logiche largamente percepite come tali), con pesanti ricadute sulla qualità del suo linguaggio verbale o di altro genere, le sue reazioni di qualsiasi natura agli stimoli che riceve dagli altri diventano conseguentemente inefficienti, disfunzionali, illogiche.
Ed è chiaro che l'altro da noi finisce col rappresentare un problema.

formulazione della teoria:
Si fa strada in me un'ipotesi, che la tecnologia sia stata un alibi per l'uomo, che desidera da sempre gettarsi alle spalle le passioni sconsiderate della vita romantica, fatta di compagni di gioco che non abbandoni, di relazioni stabili, fatta di sacrificio e dipendenza reciproca, di dedizione e di senso del dovere, di valori stringenti dai quali affrancarsi e di imposizioni che limitano lo strapotere dell'io, la libertà assoluta del sé.
Da qui la necessità di semplificare, di essere più efficienti (non efficaci, efficienti), ha aperto la strada per la legittimazione del suo bisogno di non impegnarsi, di sgravarsi dalle proprie responsabilità, di azzittire definitivamente il grillo parlante della sua coscienza.
Nei casi più gravi, ha prodotto teorie di controllo della mente, di omologazione massiva, diseconomie di scala, neo-schiavitù, teorie facilmente utilizzabili dai più furbi (non intelligenti, furbi) per effetto della possibilità di "pomparle" mediante introiezioni e stereotipi ampiamente collaudati e mai totalmente smantellati.
In pratica, l'uomo si è modernizzato.
La modernità e l'ottimismo, in un mondo "elettrico e veloce", ci rendono simili alle macchine.

la morale:
Così tutti abbiamo le stesse carte, siamo permanentemente sotto scopa, sotto schiaffo.
Da chi? Dagli altri o da noi stessi?
E ancora: convergiamo davvero sulle scarse risorse ancora disponibili nel mondo? Sono davvero così scarse, le risorse? O è scarso il loro controvalore in denaro?
E la vita, quanto vale, se è scarso il valore delle cose, che hanno conferito al senso della proprietà la capacità di quantificarne l'importanza?
Moriremo tutti, come sul Titanic, nello sforzo estremo di non sentirci inadeguati, di terza classe?
Oppure riusciremo, giusto in tempo, a ritrovare il bandolo della matassa?
Riusciremo a guardarci negli occhi, a sentire gli altri, a vederli per ciò che sono, a non allontanarci dal loro dolore, dalla loro gioia, a comprendere che la lacerazione, lo strappo teorico fra noi e gli altri (la difficoltà di interconnettere sistemi complessi) è in realtà la proiezione di quello da noi stessi?

P.S.:
Stamattina mi frullava per la testa una canzone di Bruce Cockburn.
Ho provato a cercare le parole per raccontare i miei pensieri.
Spero che saranno utili a qualcuno.
Spero che qualcuno vorrà rispondermi.
Questa è la mia fede: comunicare fra noi, meglio che possiamo, ma anche male, malissimo, attraverso i social network o solo con gli occhi, parlando o scrivendo.
Continuo a vivere pensando a ciò che vorrei per me stesso, credendo che, anche se in modo differente, qualcosa di simile lo desiderano anche gli altri esseri viventi miei fratelli, miei amici, sangue del mio sangue.
E faccio il primo passo.

lunedì 27 maggio 2013

Domani

Come un estraneo
Da dietro l'arco
Delle palpebre socchiuse
Difeso dal braccio
Ramo poggiato alla fronte
Faccio le fusa
alla carezza del disco solare

Il cielo latteo
nell'argenteo abbraccio delle nuvole
S'affumica e macchia
Le note estive rimbombano
nell'anfiteatro cittadino
Vorrei svegliarmi
Domani

giovedì 11 aprile 2013

essere o non essere

C'è chi per essere, deve apparire.
C'è chi per essere, deve fare qualcosa.

Stimolato dalla bella giornata, complice l'assillo dell'uomo con la motofalciatrice, che per ottemperare agli obblighi del suo mestiere uccide i fiori di campo, sono andato al giardino Pier Paolo Pasolini, e mi sono tuffato nel mare d'erba, con un occhio da 300 mm. vecchio quasi come me.


Quando sei in mare, l'acqua ti avvolge.

Non occorre che tu sia consapevole di chi sei.
L'apparenza si eclissa, rimane la sostanza.
Non sai neanche di camminare, non ti accorgi che ti bagni le scarpe, i calzini. Stai solo attento a bilanciare i pesi, a tenere ferma la macchina, controllare la luce, comporre.
Ti senti Barenboim, l'orchestra sono i fili d'erba, il cielo è il palcoscenico, gli alberi le quinte, aspetti con  il cuore palpitante l'entrata del primo violino, magari una comunissima margherita o un piccione.
Magari qualche insetto ne approfitta per pungerti, ma tu non ne percepisci la presenza a meno che non si metta fra te e ciò che vive nel fotogramma.

Porto a casa alcune immagini di grande bellezza.

Rimango lo stesso o sono diverso? Forse sono diverso, mi sento migliore.

C'è chi, per sentirsi vivo, si esibisce su un palco.

C'è chi si esibisce vestito da pinguino, chi completamente nudo.
La mia esibizione è quella di catturare la vita del mondo e restituirla alla gente.

Stasera sono solo, le mie foto sono pronte, ho gli occhi stanchi e nessuno con cui parlare.

Stasera, essere o non essere, nonostante tutto, non fa differenza.
Oggi ho vissuto, stasera mi lascio vivere.

lunedì 18 marzo 2013

notte chiara

Notte chiara
Orione cacciatore della Luna
fra stelle infreddolite
si specchia nelle pozzanghere
L'uomo infreddolito
apre il portone sentendosi già
nel calore della sua casa.

Notte chiara
Innamorata del suo domani
Con un piede nell'inverno
spinge l'altro verso la primavera
Ho luce negli occhi
e fede nascosta dentro al cuore
l'ignoto, presto, arriverà.

mercoledì 27 febbraio 2013

La finestra sul cortile II

La fatica...
Non sembra sfiorare quella donna minuta dai tendini d'acciaio, che pulisce in casa.
Non sembrano scalfire la sua "forza cagnula", come diceva Dalla, dopo che ha finito di stendere i panni, anche le pulizie condominiali.
Poi sparisce, s'infila in casa.

E torna ancora fuori, vestita in modo semplice ma coerente. In un certo senso anche elegante.
E camminando esattamente come pulisce, si scolora e si perde all'orizzonte.
Va a pulire qualche ufficio, qualche casa.
Non l'ho mai seguita, ma lo so. Lo vedo, quando ritorna: ha i capelli meno a posto.
Lo vedo, nella fatica sotto gli occhi.

Ma i nervi sono ancora tesi.
Potrebbe uscire anche dopo cena, dopo aver pulito di nuovo casa. Solo che se uscisse, non sarebbe un bene. Non lo farebbe certo per ballare...

La mattina dopo uscirà, lasciando in casa una palla di lardo e forza bruta che non oso definire uomo. Un gorilla che si limita a non fare un cazzo, forse traffica in qualcosa, forse si limita a dare degli ordini, e ridere con altri che hanno lo stesso atteggiamento: un crocchio, un neurone in share.

Una vita da cani, direbbe di lei un cane.
Per questo ha gli occhi svegli, anche non sembra che dietro ci sia un'ombra di speranza.

Per certe persone, ci vorrebbero due ali, e la forza di usarle.